SARÀ OBAMA, LO STATUNITENSE CHE ACCETTERÀ RELAZIONI PARITARIE CON L’AMERICA LATINA?

Gennaro Carotenuto
(20 gennaio 2009) fonte www.gennarocarotenuto.it

Comincia una nuovo governo nel paese del nord che ha sempre trattato il Continente ribelle come il cortile di casa. Nonostante i mille colpi di Stato, le mille dittature, i desaparecidos, la Scuola delle americhe e le spoliazioni economiche, l’ultimo decennio ha dimostrato che gli Stati Uniti non sono mai riusciti a domare l’America latina e trasformarla, come avrebbero voluto, in una colonia. Barack Obama oggi è una novità storica, e ha dichiarato, parlando del Messico, di desiderare relazioni “fra eguali”. Ma il nuovo presidente non conosce il Continente e la sua agenda ha ben altre priorità. Così che dovrebbe davvero stupire per cambiare in meglio le relazioni con 550 milioni di latinoamericani e accettare finalmente relazioni bilaterali basate sulla reciprocità.

Eppure potrebbe sfruttare la sua grande popolarità in una regione meticcia che guarda a lui con simpatia ed attesa per invertire il declino del ruolo degli Stati Uniti, costante sotto il regime di George W Bush. La prima uscita però ha dimostrato che Obama è mal consigliato, visto che prima ancora di entrare in carica ha cominciato ad attaccare a freddo i leader democratici della regione, a partire da Hugo Chávez.

Intervistato da una televisione statunitense in lingua spagnola, Univision, di tendenza conservatrice, Obama ha dichiarato che “Chávez ha impedito il progresso della regione” e lo ha accusato di essere alleato delle FARC colombiane, ipotesi sempre negata dal governo bolivariano. Aggredito, al presidente venezuelano, impegnato in una difficile campagna referendaria, e che in novembre aveva accolto con soddisfazione l’elezione del candidato del Partito democratico, non è restato che alzare i toni che probabilmente resteranno duri almeno fino al referendum del 15 febbraio, che potrebbe permettere al presidente venezuelano in carica di presentarsi alle prossime elezioni.

Incidente passeggero o primo round di uno scontro non dissimile da quello con George Bush, che arrivò ad organizzare un sanguinoso golpe contro Chávez l’11 aprile 2002, se Obama volesse cambiare politica verso la regione troverebbe forti resistenze in casa. L’ultima volta che un presidente statunitense aveva provato a stabilire relazioni più eque con l’America latina, era la difficile epoca di Jimmy Carter. Questi fu in pochi mesi imbrigliato dal complesso militare-industriale del suo paese e messo in condizione di non nuocere alle dittature amiche e alle politiche neoliberali all’inizio del loro percorso.

Per Larry Birns, direttore di un centro studi di Washington sulle relazioni bilaterali, nonostante sia possibile che Obama si proponga di cambiare in meglio le relazioni con l’America latina e nonostante sia evidente che né Chávez né altri siano una minaccia per gli Stati Uniti, per la diplomazia statunitense è troppo consolidata l’abitudine ad utilizzare politiche di dominazione.

E’ evidente che solo se Obama dimostrerà una discontinuità reale da parte del suo governo che superi le belle promesse elettorali di “speranza” e “cambiamento” potrà contare su un maggior livello di accettazione da parte del sistema democratico continentale che negli ultimi anni ha isolato sempre di più gli Stati Uniti.

Se Obama non ha alcuna conoscenza dell’America latina, la scelta di Hillary Clinton come segretario di stato potrebbe aiutare. Al seguito del marito la Clinton ha viaggiato molte volte nella regione e ha conosciuto alcuni dei più nefasti dirigenti della storia latinoamericana, dal messicano Ernesto Zedillo all’argentino Carlos Menem. Viaggiando al seguito del marito la nuova ministra degli esteri ha partecipato spesso a dibattiti, tavole rotonde soprattutto in temi educativi, di salute e dei diritti della donna. Nel 1995 a Bahia volle incontrare Jorge Amado e spesso ha viaggiato anche per turismo in Brasile, Guatemala, Messico.
Secondo alcuni osservatori potrebbero essere segnali che profilano una politica di più ampie vedute. Altri però ricordano che la Clinton da senatrice ha votato tutte le misure più sfavorevoli agli interessi dei cittadini latinoamericani, tra le quali la costruzione del muro della vergogna tra il Messico e gli Stati Uniti che ogni anno costa la vita a centinaia di migranti, e ha votato la risoluzione di condanna contro Chávez nel settembre 2006 dopo il famoso discorso alle Nazioni Unite sulle responsabilità di George Bush. Con rispetto alla politica cubana le uniche aspettative sono rispetto alla liberalizzazione dei viaggi dei cubano-americani ma è impensabile che la nuova amministrazione non prenda atto della sconfitta totale della politica di isolamento dell’Isola grande.

Qualche problema, per motivi di politica interna, potrebbero venire per i due alleati più fedeli, la Colombia e il Messico. I rispettivi trattati di libero commercio, uno in fieri, l’altro in vigore dal 1994, potrebbero subire modifiche. Tuttavia, all’unico leader latinoamericano che finora ha incontrato Obama, il messicano Felipe Calderón, ha fatto un discorso dal suono nuovo: “dovremo avere una relazione di reciproco rispetto. Troppo a lungo gli Stati Uniti si sono considerati un fratello maggiore del Messico”. Se il reciproco rispetto parte dal rafforzamento della “iniziativa Merida”, il plan Colombia messicano sul quale Obama ha dichiarato di puntare, sono parole che lasciano il tempo che trovano.

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