Cuba: una democrazia avanzata!

Conosciamo il sistema elettorale cubano.

Nel 1976, attraverso un referendum con voto diretto e segreto, il 97.7 per cento dei cubani ha approvato una nuova Costituzione, che ha previsto la successiva creazione delle Assemblee del Poder Popular. Le Assemblee municipali sono rinnovate con elezioni ogni due anni e mezzo, mentre quelle provinciali e quella nazionale (Parlamento) ogni cinque anni. Il popolo cubano ha così avuto nelle proprie mani gli strumenti necessari alla gestione democratica della vita pubblica: non si vota alcun partito e i candidati vengono proposti direttamente dai cittadini in apposite assemblee di candidatura di quartiere.

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Come si votava a Cuba prima del trionfo della Rivoluzione?

Presto si realizzeranno le elezioni a Cuba. In questi comizi, il popolo postula ed elegge i suoi rappresentanti e gli eletti lo sono solo se raggiungono più del 50% dei voti validi emessi. Loro rendono conto agli stessi elettori e possono essere revocati in qualsiasi momento del loro mandato. Qui dove le elezioni sono finanziate dallo Stato, il Registro Elettorale è automatico e gratuito ed esiste assoluta trasparenza nella votazione e nei conteggio dei voti. Bambini e adolescenti che frequentano le scuole elementari e medie “custodiscono” il giorno delle elezioni i collegi elettorali. Non è sempre stato così, logicamente. Molto diverso, certamente, era il panorama elettorale cubano prima del 1959, quando i comizi erano, in maggior o minore misura, sinonimo di farsa.

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Il caso dei cinque cubani detenuti ingiustamente negli Stati Uniti

TRATTO DA UN ARTICOLO DI GIANNI MINA' APPARSO SU "IL FATTO QUOTIDIANO" DEL 16/05/10

Alla metà degli anni ’90 le attività terroristiche dei gruppi che dalla Florida e dal New Jersey organizzavano attentati e provocazioni lungo le coste di Cuba, con la complicità della famigerata Fondazione cubano-americana di Miami, erano diventate così numerose e pericolose che il governo de l’Avana fu costretto a prendere due decisioni fondamentali. La prima fu quella di infiltrare, nelle maglie della società nordamericana, cinque agenti dell’intelligence che, rinunciando per un lungo lasso di tempo alla loro vita personale e rompendo ufficialmente con le loro famiglie e il loro paese, cercassero di scoprire dove nasceva l’eversione per poterla neutralizzare.

La seconda decisione impegnò invece in prima persona Fidel Castro che chiese al premio Nobel della letteratura Gabriel García Márquez se poteva essere latore di un messaggio informale a Bill Clinton. L’allora presidente degli Stati Uniti aveva, infatti, più volte dichiarato di essere un lettore fedele delle opere del grande scrittore colombiano, tanto da tenere i suoi romanzi sul comodino e di non addormentarsi senza leggerne una pagina. A queste dichiarazioni erano seguiti diversi inviti a Márquez, che aveva trascorso perfino un week end ospite dei Clinton, con il collega messicano Carlos Fuentes, all’isola Martha’s Vineyard. Márquez in quegli incontri aveva spiegato Cuba al Presidente e aveva espresso le aspettative che i popoli a sud del Texas nutrivano, dopo gli anni crudeli dell’Operación Cóndor, l’annientamento delle opposizioni latinoamericane benedetto da Nixon e Kissinger, e dopo la stagione del “reaganismo”.
Ma Clinton, che (come il premier spagnolo Aznar) aveva avuto un consistente contributo elettorale proprio dalla Fondazione cubana-americana, non aveva potuto mantenere le sue promesse di un cambio di rapporto con l’isola della Revolución e nemmeno di una reale apertura nelle politiche con l’America latina. Così non per caso, quella volta, nella primavera del ‘98, il Gabo, alla fine dei suoi seminari all’Università di Princeton, non riuscì' a incontrare, come al solito, il suo amico Presidente e dovette accontentarsi di consegnare il delicato messaggio di Fidel Castro allo staff della Casa Bianca. Nel frattempo, Gerardo Hernandez, René Gonzales, Fernando Gonzales, Antonio Guerrero e Ramon Labañino, i cinque agenti dell’intelligence cubana, avevano portato a termine la loro pericolosa missione.

Le risultanze della loro ricerca erano apparse subito così delicate anche per la plateale connivenza di alcuni organi federali Usa, che il governo cubano si era visto costretto, attraverso la diplomazia sotterranea che non ha mai cessato di funzionare fra i due Paesi, a chiedere un incontro fra le parti. Una delegazione dell’Fbi volò all’Avana per ricevere una copia dei dossier raccolti. Ma dopo che questa documentazione fu esaminata, il governo di Washington, invece di catturare Luis Posada Carriles, Orlando Bosch, Santiago Alvares, Rodolfo Frometa o i Fratelli del Riscatto (Brothers to the Rescue) di José Basulto, veri Bin Laden latinoamericani, decise l’arresto dei cinque cubani che avevano individuato le centrali terroristiche attive in Florida.
La loro odissea era appena cominciata. Dovettero aspettare 33 mesi, 17 dei quali in isolamento e 4 settimane nell’hueco (il buco, una cella di 2 metri x 2 dove la luce è sempre accesa) prima di essere rinviati a giudizio per spionaggio. Il loro ritorno in una cella normale fu possibile solo grazie a una campagna internazionale alla quale parteciparono un centinaio di deputati laburisti inglesi e Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana, anch’essa Nobel per la Letteratura. Non mosse un dito invece Freedom House, uno degli organismi sovvenzionati dal NED, l'agenzia di propaganda della Cia, che ha la presunzione, ogni anno, di dare le pagelle sulla democrazia e la libertà di informazione nei vari paesi. Tacquero anche i Reporters sans frontières, sempre latitanti nelle battaglie per le violazioni dei diritti umani commessi dagli Usa. Il processo fu una vera farsa con esplicite minacce e aggressioni ad alcuni giurati e condanne inaudite a vari ergastoli per i Cinque. L’avvocato Leonard Weinglass, difensore di Antonio Guerrero e vecchio combattente per i diritti civili (è stato il difensore di Mumia, di Angela Davis, dei cinque di Chicago) affermò che erano stati violati il 5° e il 6° emendamento della Costituzione del Paese. Non era una esagerazione.

Nell’agosto del 2005, infatti, tre giudici della Corte d’Appello federale di Atlanta che ha giurisdizione sulla Florida (e che potevano intervenire solo se avessero accertato, come è avvenuto, errori legali e di diritto commessi nel primo giudizio) revocarono la sentenza espressa dal Tribunale di Miami nella primavera del 2003, chiedendo un nuovo dibattimento in una città diversa e meno condizionata dall’odio. Sottolinearono, infatti, che non c’era stata diffusione di informazioni militari segrete e che non era stata messa in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti. I cinque cubani, in attesa di un nuovo giudizio, non furono però liberati. Un anno dopo, ancora la Corte d’Appello di Atlanta, allargata a nove membri per le pressioni del ministro della Giustizia Alberto Gonzales, grande propugnatore del “diritto a praticare la tortura” delle forze armate Usa, revocò a sua volta la decisione presa dai giudici Stanley Birch, Phyllis Kravitch e James Oakes che, dodici mesi prima, “nell’interesse dell’etica e della giustizia” avevano dichiarato nulla la condanna per spionaggio emessa contro i Cinque a Miami.

Di fatto, il caso fu congelato e spedito alla Corte Suprema con un’istanza per la revisione del processo accompagnata da interventi di “amici della Corte” (amicus curiae brief), firmati da dieci premi Nobel e dalla ex commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Ma tutto questo non è servito a nulla. Il 5 giugno 2009 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti annunciato, senza motivazioni, la sua decisione di non riesaminare il caso dei Cinque. L’avvocato Weinglass ha denunciato ancora una volta la latitanza, fin dall’inizio, dei mezzi di informazione in un caso che pure toccava importanti questioni di politica estera e di terrorismo internazionale.
Non a caso, il 3 marzo 2004, il più prestigioso intellettuale degli Stati Uniti Noam Chomsky, l’ex ministro della Giustizia Ramsey Clark, il vescovo protestante di Detroit Thomas Gumbleton, il Nobel della Pace Rigoberta Menchú ed altre personalità, avevano dovuto comprare, per sessanta mila dollari, una pagina pubblicitaria del New York Times, per far conoscere finalmente questa storia nascosta fin dall'inizio all'opinione pubblica. Nella pagina ci si chiedeva: “E’ possibile essere imprigionati negli Stati Uniti per aver lottato contro il terrorismo?”. E la risposta sotto era: “Si, se combatti il terrorismo di Miami”. Negli ultimi sei anni non è cambiato nulla. Ma Obama ha vinto in Florida, e persino a Miami, senza l’aiuto, come fu per Bush jr., della Corte Suprema e senza l’appoggio dei gruppi della destra eversiva della Florida. Sarebbe semplice per lui dimostrare che la politica estera del suo governo non è condizionata dai terroristi legati alla Fondazione cubano–americana di Miami, autori, in questi anni, di 681 attentati , che hanno assassinato 3478 persone, e ferito altre 2000. Per ora, Obama, ha incontrato solo i “duri” di Miami. Sarebbe utopistico sperare in un cambio di politica?
      

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Dall'asilo all'università, tutto gratis. Dove? A Cuba

Prima della vittoria della Rivoluzione nel 1959, a Cuba il 23,6% della popolazione non sapeva né leggere né scrivere. Inoltre diecimila maestri erano disoccupati, le aule non erano sufficienti, solo la metà dei ragazzi in età scolare era iscritta alla scuola elementare e solo la decima parte della popolazione giovanile frequentava la secondaria. Uno dei principali obiettivi della rivoluzione cubana fu quello di garantire a tutti uno dei diritti dell'essere umano, il diritto ad apprendere e sviluppare le proprie idee.
Nel 1961, il Governo rivoluzionario cubano ha organizzato una Campagna di Alfabetizzazione ed è riuscito, in un solo anno, a sradicare la piaga dell’analfabetismo, che invece, ancora oggi, colpisce i Paesi del Terzo Mondo e anche alcune zone dei Paesi industrializzati.

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Cuba: diamo i numeri

Diamo qualche cifra per capire meglio la società cubana e contestualizzarla nella realtà latinoamericana:

  1. A Cuba l'analfabetismo è dello 0,2 %, mentre quello dell'America Latina è dell'11.7 %.
  2. Il tasso di mortalità infantile a Cuba è del 6.2 per mille, mentre in America Latina è del 32 per mille.
  3. La speranza di vita alla nascita è di 76.5 anni a Cuba e di 70 anni in America Latina.
  4. Il tasso di educazione elementare a Cuba è del 100 % e in America Latina del 92 %.
  5. Il tasso di educazione media è a Cuba è del 99.7 % e in America Latina del 52 %.
  6. Mentre il 100 % dei bambini cubani va a scuola come in un collegio (insegnamento, vitto e studio gratuiti), solo il 76 % dei bambini latinoamericani ottiene questo.
  7. In America Latina il 12 % della popolazione è analfabeta, ossia ci sono 42 milioni di analfabeti e 110 milioni di giovani che non sono riusciti a finire l'educazione di base. Nessuno di loro è cubano.
  8. Oggi nel mondo ci sono 860 milioni di persone completamente analfabete. Nessuno di loro è cubano.
  9. Ogni 100mila abitanti Cuba conta 590 medici, mentre l'America Latina ne ha solo 160. Cuba è il paese che ha il più elevato numero di medici per abitante nel mondo.
  10. Cuba, secondo l'UNESCO, ha il tasso più basso di analfabetismo e il più alto grado di scolarizzazione dell'America Latina.
  11. Cuba è l'unico paese dell'America Latina in cui tutto il percorso di istruzione (dall'asilo all'univeristà) è completamente gratuito.
  12. Nel 2003 la CEPAL ha segnalato che in America Latina e nei Caraibi ci sono 102 milioni di esseri umani in completa indigenza. Nessuno di loro è cubano.
  13. In Honduras circa il 67 % degli abitanti patiscono la più brutale miseria. In America Latina 54 milioni di persone patiscono la malnutrizione. Nessuno di loro è cubano.
  14. In Messico il 34 % dei bambini minori di cinque anni è colpito da malnutrizione cronica. In Guatemala questo valore sale al 50 %. Nel mondo ogni sette secondi un bambino di meno di dieci anni muore di fame. Nessuno di loro è cubano.
  15. Secondo la FAO, 842 milioni di persone soffrono di malnutrizione cronica. Nessuno di loro è cubano.

 

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Chi è e chi c'è dietro Yoani Sanchez, la cosiddetta "bloguera de L'Havana!

"Yoani Sanchez chi ti paga?"
tratto da 3 dicembre '09 - M.Carena www.agoravox.it

Se i blog sono terapeutici, chi paga la terapia di Yoani Sánchez?
12.11.09 - fonte www.resistenze.org da www.rebelion.org/noticia.php?id=90093
di Norelys Morales Aguilera - La Polilla Cubana 15/08/2009

 

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Cuba e l'Alternativa bolivariana per le Americhe

Cuba e l'Alternativa bolivariana per le Americhe
Dichiarazione Congiunta

Durante la visita ufficiale del presidente Hugo Chávez Frías a Cuba, nel 10º anniversario del suo primo incontro con il popolo cubano, è avvenuto un ampio e profondo scambio tra il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela e il Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica di Cuba, accompagnati dalle loro rispettive delegazioni. Entrambi i Capi di Stato hanno deciso di sottoscrivere i seguenti punti di vista:
Sottolineiamo che l’Area di Libero Commercio per le Americhe (ALCA) è l’espressione più completa degli appetiti di dominazione sulla regione e che, se entrerà in vigore, determinerà una recrudescenza del neoliberismo e livelli di dipendenza e subordinazione senza precedenti.
Abbiamo analizzato storicamente il processo di integrazione dell’America Latina e dei Caraibi e abbiamo constatato che, invece di rispondere agli obiettivi di sviluppo indipendente e di integrazione economica regionale, è servito come un meccanismo per approfondire la dipendenza e la dominazione esterna.

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Quanta ignoranza su Cuba, anche a sinistra.

Quante cose non si sanno su Cuba e sulla sua storia recente. Quante cose vengono tralasciate, ignorate, ipocritamente sorvolate. Non c’è nessun paese, nel panorama attuale, che subisce una disinformazione così al limite del grottesco come succede invece a Cuba, paese sovrano che ha scelto la strada anticapitalista.
La sinistra italiana fa l’anima bella e non si pone domande sul perché Cuba, nel 2003, sia arrivata, dopo tanti anni di moratoria, ad adottare misure estreme come la fucilazione. E non si pone nemmeno la briga di capire quali incredibili pressioni e minacce sopporta questo paese caraibico, soprattutto dopo la caduta del blocco sovietico nel 1991 e ancora di più dopo l’elezione -e la rielezione- di G.W. Bush alla Casa Bianca.

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Giovanni Ardizzone

Ricordo di Giovanni Ardizzone
fonte www.italia-cuba.it

Nella seconda metà di ottobre del 1962 in Italia, come nel resto del mondo, si stavano vivendo momenti d’ansia, momenti di paura per quanto stava accadendo a Cuba. Non era in gioco solo il destino di questa piccola nazione, in quel momento se fosse scoppiata una guerra avrebbe coinvolto anche noi che ci troviamo distanti, a diverse migliaia di chilometri.
Da una decina di giorni la gente ascoltava la radio, guardava il telegiornale delle ore 20 – l’unico che c’era e in bianco e nero – leggeva i giornali pieni di titoli a nove colonne. C’era veramente molta preoccupazione.
La Camera del Lavoro di Milano aveva indetto per sabato 27 ottobre uno sciopero generale – allora si lavorava anche in questo giorno della settimana – e una manifestazione con comizio finale, nel centro della città, per la pace e in solidarietà al popolo cubano.
Quel sabato 27 ottobre era una giornata molto piovosa, ma questo inconveniente non aveva impedito a centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, semplici cittadini, di recarsi all’appuntamento con striscioni e cartelli ricavati artigianalmente da pezzi di cartone con le scritte "Sì alla pace, no alla guerra", "Cuba sì, yankee no" e molte altre ancora, più o meno con gli stessi contenuti. L’adesione delle fabbriche allo sciopero era stata impressionante, con percentuali d’astensione al lavoro che andavano dal 70 all’80 %. Alcune erano arrivate addirittura al 100%.
Giovanni Ardizzone era uno dei tanti. Era un ragazzo di Castano Primo, un paese a una trentina di chilometri a nord-ovest di Milano. Figlio di un farmacista, era iscritto all’università al terzo anno di medicina.

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Sulla morte del Che

Sulla morte del Che
Ernesto Che Guevara viene assassinato a La Higuera (Bolivia) il 9 ottobre 1967 alle 13:10

[...] Una vecchia contadina ha scoperto accidentalmente i guerriglieri, che cercano di comprare il suo silenzio con cinquanta pesos. "Ma ci sono poche speranze che mantenga il silenzio", si legge nel "Diario". Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell'iniziale gruppo di guerriglieri che ha iniziato l'avventura boliviana con il "Che" vengono sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Sei muoiono nello scontro, otto riescono a fuggire, tre sono fatti prigionieri. Tra loro, ferito, c'è lo stesso Guevara, che rivela la sua identità e viene trasportato nel villaggio di La Higuera, distante otto chilometri. I prigionieri vengono rinchiusi in una scuola. Il "Che" è ripetutamente interrogato. Si rifiuta di rispondere alle domande. I militari sono al comando di Andrés Selich e di Miguel Ayaroa. Il 9 ottobre giunge sul luogo il cubano Felix Ismael Rodríguez Mendigutia, che è entrato a far parte della Cia e tenta inutilmente di far parlare il prigioniero. Felix Rodriguez aveva già lavorato per la CIA qualche anno prima, nel tentativo della Baia dei Porci per rovesciare il regime castrista a Cuba. In mattinata, da La Paz giunge l'ordine di ammazzare Guevara: a prendere la decisione hanno provveduto il presidente boliviano Barrientos e i funzionari dei servizi segreti americani che sono in perenne collegamento con Washington. A sparare i colpi mortali ci pensa il militare Mario Teran (gli assassini di Guevara moriranno tutti in circostanze misteriose negli anni successivi). Si chiudono in questo modo trentanove anni vissuti intensamente. Il cadavere - trasportato fin lì con un elicottero - viene esposto all'ospedale Signore di Malta su un tavolaccio a fotografi, tv e giornalisti. Il "Che" ha gli occhi aperti, la divisa sbottonata. Il suo corpo viene sepolto di nascosto in un angolo della località di Vallegrande, a duecentoquaranta chilometri a est di Santa Cruz (solo nel 1996 il governo boliviano ha autorizzato le ricerche in prossimità di un aeroporto per ritrovarne i resti). Le mani vengono tagliate e fatte arrivare a Cuba, affinché L'Avana prenda atto che Guevara è davvero morto. Il 15 ottobre, in un discorso televisivo, Castro conferma a tutto il mondo la morte del "Che". Il 18 ottobre, nella Piazza della rivoluzione, si svolge la "veglia funebre" in memoria di quello che viene ribattezzato "il guerrigliero eroico". Vi partecipa una folla immensa e commossa. [...]

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