CORREA: “CUBA È LA VERA LIBERTÀ E IL DESTINO DELL’AMERICA LATINA”
Gennaro Carotenuto (10 gennaio 2009)

Per il presidente dell’Ecuador Rafael Correa in visita ufficiale a Cuba accolto dal calore popolare, “Cuba è stata capace di conquistare la vera libertà ed è la speranza e il destino di tutta l’America latina”. Non male per un democristiano con dottorato a Lovanio in Belgio, le Frattocchie della DC latinoamericana. Per chi ha memoria sembrano ritornare i tardi ’60 quando democristiani e socialisti latinoamericani erano divisi sul “come” ma non sul “se” fare la Rivoluzione.
Intanto la BBC apre e titola a tutta pagina con un inequivocabile: “benvenuta Cuba in America latina”. E dopo l’abbraccio pubblico a Salvador de Bahia tra Raúl Castro e il presidente brasiliano Lula sta per arrivare nell’isola perfino la presidente cilena Michelle Bachelet. Questa è considerata in Italia la bandiera dei centrosinistra all’occidentale anti-integrazionisti, e lo è stata a lungo, e il suo (presunto) andare a Canossa testimonia che solo le redazioni dei giornali italiani non hanno capito che la guerra fredda contro Cuba è finita e l’America latina l’ha vinta.
“La Rivoluzione –ha affermato il presidente ecuadoriano- è la speranza e il destino della Nostra America. I principi della Rivoluzione sono i principi dell’Umanità e sono fondamento del benessere dei nostri popoli. José Martí iniziò la lotta contro il colonialismo e Fidel, Raúl e il Che sono stati i continuatori di quella battaglia. Il popolo di Cuba ha insegnato al mondo che se il futuro si costruisce ogni mattina con lavoro e devozione nessuno può fermarlo”. Correa ha parlato poi della politica estera cubana che si basa sul diritto internazionale, sul rispetto reciproco e la difesa della giustizia e del diritto di tutti i popoli del pianeta. “Oggi Cuba non appartiene a nessun impero (incluso quello sovietico, ndr) e la sua identità ha il volto di tutti i popoli latinoamericani. Esigiamo la fine della perversa ingiustizia contro i cinque cubani detenuti negli Stati Uniti e dell’embargo criminale da parte degli Stati Uniti, un genocidio premeditato” paragonabile “all’illegittimo, illegale e immorale debito estero”.
Ha infine evocato Simón Bolívar e José Martí come padri nobili dell’America latina del XXI secolo simboleggiata dall’ingresso all’Avana di Fidel e del Che. Se fosse messo in condizione di leggere le affermazioni di Rafael Correa su Cuba, a scorrere la lista degli accordi internazionali firmati dall’Avana, restituita finalmente al proprio ruolo nel contesto geopolitico latinoamericano e non sottoposto ad una rigida censura di stampa paragonabile a quella cubana, un lettore italiano strabuzzerebbe gli occhi.
Ancora una settimana fa, nella ricorrenza del 50° anniversario dell’entrata all’Avana di Fidel e del Che, si sono visti propinare da fior di inviati la stessa sboba del 1999 e del 1989, sul tramonto della rivoluzione e sugli ultimi giorni della Cuba socialista.
Non così va per la BBC e per una serie di altri media anche occidentali liberi di registrare tra l’altro la crescita economica da un decennio tra le più sostenute al mondo e la reintegrazione come membro pieno di Cuba nella regione e nel consesso mondiale.
E Cuba, come ha testimoniato la reincorporazione nel gruppo di Río e più in là nel tempo la presidenza dei non allineati, rientra nella diplomazia internazionale non dalla porta di servizio ma da quella principale, non col cappello in mano, ma a testa alta.
Manca solo Barack Obama a sancire la fine di un’epoca ma c’è da giurarci che i nostri giornali e TG, da “La Repubblica” al TG1, se pure Obama abbracciasse Fidel e il Che redivivo continuerebbero ad essere più realisti del re. Come disse nel settembre 2006 alle Nazioni Unite George W. Bush “dovunque io volga lo sguardo vedo estremisti”.

fonte www.gennarocarotenuto.it

 

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